Compensazioni – 18 luglio

Ero particolarmente incerta se uscire. La canicola, frammista alla stanchezza della settimana piuttosto impegnativa, era un valido deterrente. Tuttavia, dopo una mattinata grigia che tutto faceva presagire tranne che il cielo si sarebbe aperto nel tardo pomeriggio a rendere il paesaggio più vivido e allegro, non si poteva negare al sole il piacere di accompagnarci in un’uscita lacustre.

«Dimenticherò la paura e allora mi esporrò troppo al pericolo del contagio…» continuavo a rimuginare, mentre salivo in auto e mi facevo allacciare le cinture per tener ferma la carrozzina durante il tragitto.

Il viaggio è stato breve. Volevamo assistere al tramonto dalla cala con le imbarcazioni in attesa del noleggio, sorseggiando un cocktail leggermente alcolico al profumo di lime e menta.

Avvicinandomi all’acqua, il timore è scemato fino a lasciare un senso di lontana inquietudine pronta ad essere imbarcata per lasciare la terraferma. Complice l’alcol, i pensieri hanno cominciato ad affastellarsi tra uno sguardo all’orizzonte e uno al fidanzato che reclamava attenzioni quanto i cubetti di focaccia salata serviti per l’aperitivo.

Pensavo, guardando Massimo ridurre in piccoli bocconi un cubetto di focaccia per poi porgermeli tra le dita della mano destra in modo che io potessi portarli alla bocca e masticarli con più facilità, che la vita mi ha sempre offerto un’alternativa, non abbandonandomi mai dentro un vicolo cieco. Anni addietro avrei preso con entrambe le mani quegli stuzzichini e li avrei spezzati con morsi decisi prima di masticarli senza alcuna fatica.

In qualche modo, tuttavia, la perdita della forza al braccio sinistro è stata compensata: strategia, istinto e apertura mentale hanno collaborato per non lasciarmi, letteralmente, a bocca asciutta. Ed è stato così per ogni perdita subita. Proprio come per i pesci che la vita subacquea ha reso capaci di estrarre l’ossigeno — naturalmente presente nell’acqua in concentrazione minore rispetto all’aria — con un semplice meccanismo compensativo: l’acqua nelle branchie scorre in senso opposto al sangue e in questo modo si mantiene la differenza del gradiente di concentrazione del gas tra l’ambiente e il pesce, utile alla sopravvivenza di quest’ultimo.

È riaffiorato il pensiero delle scelte che la vita ci offre, la certezza che spetta solo a noi quale strada percorrere. Come di fronte a un bivio: da un lato si va incontro alla rassegnazione e a un lento spegnersi, dall’altro si procede verso ulteriori diramazioni, proprio come un pesce migratore che per raggiungere il mare sceglie, uno dopo l’altro, i rami della foce fluviale.

«Amore, sei sazia o vuoi che ordini ancora focaccia? L’hai divorata come se non mangiassi da una settimana!» interviene Massi a riportarmi con i piedi per terra.

«Vuoi che chieda te ne portino quattro teglie?» incalza.

Io non so se ad attendermi vi sia il mare. Tutto ciò che so è che finora ho trovato innumerevoli ramificazioni nel mio percorso.

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