Metamorfosi – 25 agosto

Non sono nata nel capoluogo, ci sono andata ad abitare soltanto per essere più comoda ai servizi e per poter usufruire, con più facilità, dei mezzi di trasporto pubblico. Sono nata in un piccolo borgo dell’entroterra canavesano fondato sulla pianura alluvionale dell’Orco. Ho vissuto lì le stagioni della mia infanzia, in quel paese di anime ammonticchiate su uno slargo di terra battuta punteggiato di noccioli e di ciliegi. Un fazzoletto di mondo consacrato al culto cristiano ma profumato di paganesimo, quel paganesimo in odore di eresia che la dottrina cristiana delle origini aveva a malapena ispirato nell’impossibilità di sradicarlo. Il ventre del paese era un susseguirsi di resti medioevali e di umili costruzioni perlopiù ad uso agricolo il cui orizzonte era un conficcarsi tagliente di piani nel verticale della vicina catena montuosa: perpendicolarità che subornava la gelida e ieratica serietà geometrica con velati e allusivi incastri carnali. Negli stretti vicoli si respirava l’odore acre dei cortili, laddove qualche gallina chiocciava nel fienile mentre qualche altra ruzzolava tra i pagliericci e la legnaia, e dai portoni chiusi, insieme all’afrore dell’aia e delle stalle, effondeva un senso di penombra e di colori scuri, blu e grigi, forse anche di viola mischiato al nero. C’era, dalla piazza alle viuzze e finanche ai sentieri tra i campi, un vociare di vecchi e di bambini, un trambusto di mercanti e artigiani che collimava con il frastuono dei macchinari agricoli e lo scampanellio delle biciclette e degli usci dei negozi.

Ovunque si udiva un suono, un verso, una voce, fino all’ora del tramonto quando il sole si spegneva dietro la dorsale alpina e il cielo infuocato metteva a tacere l’animazione chiassosa del paese in un grugare di piccioni che risaliva fino alla cella campanaria del Torrione. Lì i colombi avrebbero atteso l’alba e i rintocchi che annunciavano la prima messa della giornata. Poiché il paese non si era mai affrancato dal terrore del flagello divino che scongiurava con la devozione, non aveva mai abbandonato quel sentimento di paura irrazionale e cieca. Aveva tentato, invece, di arruffianarselo con offerte spirituali e materiali. Di più, naturalmente, con queste ultime. Sicché in paese vi erano cinque chiese, tre cappelle e un numero imprecisato di piloni votivi. Sulla piazza principale troneggiava una chiesa, simbolo del passato storico del paese. In quella chiesa ero stata battezzata, purificata con le fumigazioni dell’incenso, intrattenuta dal baluginio delle candele votive; in quella chiesa avevo recitato le mie preghiere, avevo provato ad usarle per ottenere qualcosa, ma quelle suppliche in odore di prostituzione risuonavano come l’appello dei committenti alla penetranza dell’arte: un chiedere la cui riuscita dipendeva dal talento dell’artista più che dalla persuasione dei mecenati.

Dentro quei luoghi di culto oscuri e odorosi di resine talvolta ci torno con la mente e mi vedo ferma, ad occhi chiusi, in mezzo al nartece, silenziosa e vigile, prima di avanzare — passo dopo passo — lungo la navata fino all’abside. Sento voci che bisbigliano in un idioma a me sconosciuto, e suoni che somigliano al crepitio delle mie ruote sugli sterpi. A quel punto apro gli occhi e intorno a me vedo il bosco. E allora mi rendo conto che non ho mai smesso di cercare, che sto ancora vagando, seppur in luoghi di culto differenti — una chiesa, un letto, un bosco — alla ricerca di qualcosa che mi faccia sentire compiuta. E, finalmente, libera.

Preghiere – 24 agosto

Photographer: Renata Busettini

Qualche giorno dopo il trasferimento nella nuova casa, il fuoco che fino a quel momento era rimasto intrappolato sotto la cenere aveva ritrovato vigore, allargandosi fino a farsi pira incandescente. Il bisogno fisiologico aveva stretto un’alleanza con quello più imperioso di rivendicare il diritto atavico di scegliere quando e con chi scambiare un po’ d’amore. In virtù di ciò, avevo trascorso la notte con un vecchio amico che da quando vivevo da sola era diventato insistente e reclamava di potermi vedere.

Riccardo era venuto a trovarmi con la scusa di vedere la nuova casa. Tuttavia, quando si era accorto che data l’angustia dell’abitazione la visita si sarebbe presto conclusa, mi aveva preso la testa tra le mani e si era chinato per cercare la mia bocca. Questione di qualche istante e poi si era lasciato prendere, ostinandosi nel perseguire l’illusione di essere lui a dettare legge in quell’atto tanto antico e belluino. In pochi minuti aveva soddisfatto il proprio piacere e io —  che nel frattempo avevo estinto il mio in un paio di respiri e stavo cominciando ad avvertirmi troppo stretta in quell’abbraccio — gli ero stata grata di aver risolto tutto in fretta. Da quel momento non c’era stato giorno in cui non mi avesse cercata. Per sapere come stavo, diceva, ma io tagliavo corto e il più delle volte non rispondevo. La settimana prima di Natale, dopo che gli altri amici se n’erano andati, mi aveva trascinata con urgenza in camera e mi aveva penetrata con la mano, da seduta, senza perdere tempo a coricarmi. Era bastato quello affinché lui raggiungesse quel vertice matematico tanto ambito. Sbrigativa e senza troppa premura lo avevo congedato.

Fuori era buio pesto, nel cortile non si vedeva a un passo. Soltanto una fredda luce di luna grondava dagli alti palazzi e si allungava sulle saracinesche grigie che ogni mattina, quando venivano riavvolte stridevano nel silenzio del cortile. Ma, superato il corridoio decorato con lesene liberty, oltrepassato il cancello di metallo, grigio anch’esso, si apriva alla vista lo spettacolo struggente della città sepolta nella notte invernale. Le luci del corso baluginavano sui rami spogli, carichi di neve, e poi si adagiavano sulle auto in sosta, in uno sfumare nell’ombra che era la metafora del mutamento a cui ogni pensiero è vincolato. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, il sacrificio inaccettabile di ogni progettualità. Poi, dietro i filari rinsecchiti del controviale, affiorava il richiamo delle insegne luminose dei locali notturni, una luminaria che tracciava linee geometriche a perdita d’occhio.  

Avevo immaginato la sua sagoma risucchiata nel ventre urbano. 

Per pochi istanti, nella camera era vorticato un odore che non vi apparteneva, un accenno di tessuti pregni di note dolciastre, caramellate; note viscose e insinuanti. Avevo chiesto di aprire le finestre per cambiare aria e cancellare ogni residuo di quell’intrusione. La stanza era una chimera, una mescolanza destinata a essere per sempre sterile. Ma era anche un organismo compiuto, la finitezza di un essere vivente. Morfologicamente immodificabile. La stanza rigettava ogni lacerto che volesse penetrarla e fondersi con essa, seppur le restassero impigliati alla trama dei tessuti profumi e olezzi forestieri. 

Mi ero guardata intorno. Un enorme spazio bianco tra il bordeaux dei tendaggi e il nero del mobilio. A quell’epoca i vestiti erano ancora tutti avvoltolati dentro uno scatolone — nei giorni seguenti li avrei appesi con delle grucce di legno nero in uno di quegli espositori in metallo che faceva eco, seppur in veste di simulacro, a quelli utilizzati nelle boutique torinesi. Giungeva fin lì, in questo silenzio ovattato di grembo, un canto a fil di voce che proveniva dalla cucina. Un fluire di omofonie, privo di architetture sonore e di strutturazioni. L’anima che condivideva le sorti della casa innalzava le lodi a dio e, circonfusa dal corpo, si prostrava, inginocchiata su un tappeto, con la fronte appoggiata sul pavimento. Dentro la camera chiusa da una pesante porta di legno, la litania pareva il ninnare di una madre. Wasim stava pregando.