Perle – 23 novembre

Nella stanza sta rabbuiando e io, finito il lavoro che oggi è stato più duro del solito, avverto un erompere di parole dalle mani (sì, non dall’ugola, come è facile immaginare). Guizzano dai polsi lungo la miriade di ossa del palmo, poi rapide s’infiltrano dentro le dita: vanno scritte!

Al collo indosso un filo di perle appartenute a nonna, le tocco con l’indice della mano destra, una ad una, affinché le parole che attendono sotto l’epidermide trovino la stessa scorrevolezza ed escano pulite, glabre, innocenti.

Mia nonna ha vissuto molto, anno dopo anno senza mai invecchiare realmente. Certo, il suo volto era disegnato da un reticolo di rughe e le sue palpebre appesantite dalla gravità e dal tempo. Tuttavia, fino al giorno in cui è spirata, il suo volto è rimasto limpido, ravvivato da un filo di perle al collo; è rimasto un volto senza età, seppur pregno di esperienza. Un’esperienza consapevole, lucida, anch’essa senza età.

Così mi sento io: uno spirito che abita un corpo senza mai neppure sfiorarlo. Per quanto le mani abbisognino di sentire, toccare, conoscere, quella che sperimentano ogni minuto di ogni giorno è un’arte rasoterra che nutre lo spirito pur lasciandolo intatto. La mente non si piega ai bisogni della carne. Resta austera e inavvicinabile come una vecchia signora i cui occhi invitano a sedersi e ascoltare. La storia è più o meno sempre la stessa, ma ogni volta che l’anziana donna la narra essa assume sfumature più intense, si fa nitida e fruttuosa di dettagli. Come se il tempo che, appunto, lambisce il corpo ma non lo spirito, in verità arricchisse in un modo del tutto inaspettato quel respiro — mente, anima — senza mai urtarlo. Quasi vi fosse un passaggio metafisico tra il tempo e lo spirito in cui molecole, atomi ed elettroni si facessero eterei come pensieri. Senza massa. Fantasmi.

Ecco, le mie parole siano senza peso, spettri che sussurrano silenzi nel silenzio della stanza. Non tocchino per non ferire, non sfiorino per non contaminare. E aspettino sulla punta delle dita che le scuse tanto attese dalle mie orecchie diventino ombre e poi tenebre, prima di essere scalzate da desideri più radiosi, opalescenti come albe.

Perché, in fondo, ciò di cui ho bisogno è un temperato, quieto arricchimento dello spirito in questa realtà dove le parole — purtroppo o per fortuna — hanno un peso e possono far male.

Stasera nelle mani custodisco il potere della soavità e della levigatezza delle perle e voglio farne dono a tutti coloro che stanno leggendole. Anche ai porci.

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