Zattere – 16 settembre

Uno ad uno abbiamo accolto i suoi rintocchi, li abbiamo trasformati in tanti tumulti che affiorano dalla gola e sciolgono gli occhi. Senza più pupille, né palpebre, ci ritroviamo smarriti nella più cieca delle mappe: il suono delle campane e l’odore di cera frammisto a quello di stoppino bruciato sono segni, indicazioni fumose e disorientanti. La rotta non è mai stata così incerta. 

Mentre la fiamma divora gli ultimi residui di cera, ormai prossimi al buio, proviamo — in modo maldestro e ingenuo — a prepararci al rimestio di carne e spirito. La notte arcaica è pronta a smembrarci. Tengo le braccia avvolte attorno al suo collo in un pervicace abbraccio, unico tramezzo che separa il tepore del letto dall’arsura dell’inferno. Rilasciare le braccia ci farebbe risucchiare entrambi, assieme agli umori rappresi sulle lenzuola, nel nero vortice da cui non vi è ritorno. Perciò lo tengo stretto tra le braccia, e le gambe incrociate dietro la sua schiena somigliano alle marre di un’àncora gettata su un fondale di alghe.

«Settembre è un mese galleggiante. Una zattera in balia della corrente» confesso «Mi rende instabile…»

Dalla torre campanaria l’eco dei colpi, metallo contro metallo, scende fino a lambire l’asfalto e l’onda si propaga oltre le rotaie della stazione ferroviaria; supera i condominii e le siepi del quartiere residenziale e s’insinua sordo tra il sonno e le ciglia sottili del timpano. Sentiamo giungere l’ora. Sul suo volto i lineamenti iniziano a spezzarsi per  cadere a terra come scaglie d’intonaco. Abbiamo desiderato che la vicinanza si traducesse in complementarietà e ora che delle sue fattezze mascoline — dall’ispida e incolta barba che indurisce il mento fino all’asprezza del pube — restano pochi frammenti disciolti nei miei lineamenti femminei, sul letto al nostro posto giace un epicèno. A poco a poco scompaiono anche gli occhi: dapprima l’iride scura, poi le ciglia. Le orbite si fanno sottili fessure prima di dissolversi. 

«Settembre mi fa paura.» incalzo e le parole annaspano nel buio. 

In paese una solenne cerimonia di addio invade la città, battendo le strade e svuotando le case. La gente si accalca dietro al feretro, col passo riluttante della marcia verso l’ignoto. Vi è tra la folla un’empatia fatta di accenni, di mani che si sfiorano, di assensi disegnati nell’aria da brevi oscillazioni della testa o sussurrati appena tra le labbra. Ora che non possiamo più contare sulla vista è l’udito a darci la percezione del nostro essere vivi. 

«Tu la senti?» domando con voce affogata nello smarrimento più cupo. 

Dietro la porta della camera si ode una greve litania di vecchia che salmodia tra le lacrime. I singulti la fanno sembrare puerile. Piange senza ritegno, accanto all’uscio socchiuso. Mi sembra di vederla portarsi le mani ruvide sul viso per coprirsi gli occhi in segno di estrema afflizione. Abbandonarsi alla disperazione l’ha fatta regredire a bambina e poi a inconsolabile neonata. Potrei uscire dalla stanza e prenderla tra le braccia. Cullarla per placarne il pianto. Ma al cordoglio sono capace di rispondere solo con l’amore. Quello più viscerale e ferino. Al lutto non so accostarmi se non stringendo tra le cosce un turgido e vivido principio di vita.

Il corteo funebre si dissolve lentamente all’orizzonte, ma quel senso d’inevitabile epilogo rimane a sigillo della coscienza umana. Perciò ricominciamo, senza occhi e in mare aperto. Qui dove la bellezza necessità di toccare più che di ammirare, e il culto estetico si officia con le mani più che con le pupille.

«Voltami su un fianco, facciamolo come gli animali» imploro.

La vecchia china sul proprio dolore, chiusa in un corpo avvizzito e decadente è la misura del tempo che incessantemente scorre. Biascica che tutto avrà fine. Tuttavia, su questo letto noi interrompiamo la Storia. La distanza tra il vivere e il ricordo di averlo fatto, tra l’esistenza e il vuoto è una misura infinitesima, una dimensione troppo piccola per essere rilevata. Ora, in fondo, è già passato. 

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