Estate 2020 – 29 luglio

Questa estate ha il sapore della resina succhiata dagli aghi dei pini, all’ombra dei nocciòli. Odora di gelsomino e di bardana cresciuta spontanea sul muricciolo di pietra, lungo la strada che sale la collina.

Questa estate ha le sembianze della roccia sbozzata per liberare la bellezza dalla materia, odora di polveri di gipsoteca.

È tempo di rinascite, di letti di sarmento su cui addormentarsi al tramonto e risvegliarsi all’avvampare dei falò, sotto una luna aguzza metà satellite e metà falce, metà voyeur pallido e innocente e metà lama sporca di sterpi e di carni.

Si avverte che nelle parole c’è qualcosa di impudico. Più che nei gesti.

È un’estate infida, luccica come gemme preziose nascoste dentro tane buie di lupo. È l’estate dell’aria che da fonte di vita è diventata un’arma potentissima fautrice di morte. È l’estate della politica del vivere sul filo del rasoio, tra negazionismi e maschere premute sui volti come una seconda pelle, un filtro per virus mutevoli che abitavano questa terra ben prima dell’arrivo dell’uomo. È l’estate dei divieti che rendono più bella un’ora sotto il sole, in mezzo a un campo da cui non si riesce a scorgere l’orizzonte e nel quale, se vuoi sentirti libera, devi alzare gli occhi al cielo e confidare nello Spazio profondo dove non esistono mura, né soffitti o aria contaminata da assassini ancestrali.

É l’estate della mia rinnovata voglia di scrivere e di respirare senza paure.

Il desiderio s’incarna – 28 luglio

Ecco: il desiderio s’incarna. È un fascio di nervi che contrae le carni, un’idea che percuote la mente, la sfinisce sotto i colpi.

Dalla cucina giunge l’odore familiare del caffè che gorgoglia sulla piastra elettrica del piano cottura. Non abbiamo voluto una di quelle macchine per il caffè espresso, quegli ingombranti marchingegni che spremono nettare da futuristiche capsule. A noi piace macinare il chicco e farne polvere per infusi alchemici. Odorarne manciate generose prima di interrarlo dentro il filtro della moka. Il fuoco ne estrarrà la linfa.

«Amore, dove ho messo la maglietta blu con Homer Simpson che divora una ciambella?»

Sono le 7.00 del mattino e io riesco ad aprire solo mezzo occhio sulla sua faccia curiosa, di animale in attesa di un segno.

«Nell’armadio…» bofonchio con la voce impastata di sogni.

«Ma dove?» incalza mentre allunga una carezza sui miei capelli.

Mugugno che non ricordo, voglio dormire, ho sonno. Ma ormai sono sveglia, la camera è pregna dell’aroma color ebano dei miei risvegli con lui.

«Dopo cerco meglio» conclude «forse è dentro un cassetto». Tace, poi riprende a parlare: «Dobbiamo comprare delle ciambelle!» Mettere in parole il primo pensiero che s’affaccia alla mente è il suo modo di rivendicare il proprio essere al mondo. E di frangere le palle altrui, anche.

Sono sveglia, talmente sveglia da notare i raggi giallognoli che filtrano dalle fessure tra le stecche delle persiane chiuse. È una giornata assolata, con il cielo terso, capace di ingannare gli animi in attesa dell’estate. Improvvisamente mi avverto felice. Ho fame e non vedo l’ora di stringere tra le mani la mia tazza di tè nero con una nuvola di latte e di affogarci i frollìni al miele, seduta al tavolo di fronte alla grande finestra che s’affaccia sul giardino. Tuttavia, il sonno è duro da scacciare e allora mi stringo nelle coperte, strofinando i piedi sulle lenzuola tiepide e lisce. Sbadiglio.

«Amore, io vado. Ci vediamo giovedì!» annuncia, infilandosi le scarpe.

La valigia è già pronta ai piedi del letto.

Ho voglia di alzarmi e iniziare una nuova giornata, riappropriarmi delle carte abbandonate sullo scrittoio la sera prima, accendere il notebook e dare la pappa alla gatta che attende pacificamente sulla soglia della camera. Il desiderio è un seme pronto per la tostatura, un piccolo nocciolo in cerca di calore.

I grilli per la testa – 25 luglio

In questi giorni in cui non posso uscire i miei piedi sono pervasi da una irrequietezza serpeggiante e incontenibile. Scalpitano, cercano di sgusciare fuori dalle scarpe; le dita si arricciano e sfregano il pavimento come per scavare un tunnel da cui fuggire. La mente fa lo stesso. Si arrovella, poi si attorciglia su se stessa — sinapsi dopo sinapsi — ruota attorno al proprio asse (in un attimo il giorno diventa notte) poi percorre l’orbita sulla quale fluttua sospesa nell’universo (di colpo, l’estate si fa inverno, sui rami spogli luccica uno spesso strato di galaverna).

Sono chiusa in casa in attesa che la pressione sanguigna ritrovi il suo equilibrio e che il mio polmone destro si lasci nuovamente invadere dal respiro e ritorni in salute. Ho mille grilli per la testa e un ragno bianco dall’aria minacciosa intento ad aspettare le zanzare sul muro in alto, nell’angolo della cucina. Ho uno sciame di farfalle nello stomaco e una mandria di cavalli spazientiti sulle caviglie. Piango lacrime di coccodrillo — no, non mi dispiace essere uscita ogni giorno nelle scorse settimane — e asciugo il pianto di bambina che non vuole l’ago della flebo infilato nel braccio.

La mente segue i piedi. Li sprona a sperimentare pur restando fermi sopra una piastrella. Li invita a osare — un tacco 12, uno scatto fotografico improvvisato —e a convincersi che presto ritroveranno la libertà di uno stormo di uccelli che attraversa il cielo.

Il centro dell’Universo

In questi giorni di riposo forzato a causa di una riacutizzazione dei miei problemi respiratori, ricerco le sensazioni più quiete e rasserenati provate negli anni. Ma ad affiorare per prime sono le emozioni da cardiopalma: quelle dei tramonti respirati sotto un tetto di fronde lussureggianti e piene di vita, con il petto che scoppia di euforia e voluttà. Perché quando giunge l’ora del crepuscolo e dietro il fogliame il cielo avvampa, quel trovarmi in mezzo a un bosco intenta a soppesare i pensieri ricorda la mia vita e i suoi scenari ascosi, sempre camuffati dietro un tramezzo, una quinta, un tetto di foglie. Si distinguono le lunghe ombre della sera sotto la volta che brucia, ma non si riescono a scorgere l’universo e il suo silenzio oltre quel fuoco. Non se ne intravede uno scorcio finché le fiamme non si spengono. Eppure, dietro la pira incandescente su cui il cielo dà il suo commiato al giorno il buio più nero è lì da miliardi di anni. In assoluto silenzio. Un silenzio che non è assenza di suoni bensì impossibilità ad udirli.

Lui non mi ha mai dimenticata. Dopo mesi di lontananza ritorna con la naturalezza di un villeggiante e riprende il discorso da dove lo avevamo interrotto. Io lo accolgo come un ospite, offrendogli la gentilezza che merita, e lo conduco con me nelle mie peregrinazioni mentali. Insieme discutiamo di quel nostro schierarci come bambini sempre dalla parte dei giusti. Discutiamo di quella personale idea di giustizia che ci rende migliori agli occhi dello specchio. Non un inganno, più una svista. Discutiamo del nostro sentirci figli. «A guardar bene» interviene «ci han concepiti vicino a una cloaca. Eppure, fingiamo di essere frutti anziché escrementi.».

Ne perdono l’impertinenza all’istante. Il sole che incendia gli occhi mi concede di sospendere ogni giudizio. Di sentirmi libera dal peso che il valutare ogni parola getta sulle nostre spalle come giberne gonfie di ordigni bellici.

Lui si porta alla bocca una pesca, la odora rigirandola nella mano, la stringe tra le dita e sorride.

Accosciati sopra il buco del culo del mondo, con il bagliore dei tramonti vissuti che trafigge le pupille, continuiamo a discutere se mai esista un centro nell’Universo. Un punto che dia una misura all’infinito.

Compensazioni – 18 luglio

Ero particolarmente incerta se uscire. La canicola, frammista alla stanchezza della settimana piuttosto impegnativa, era un valido deterrente. Tuttavia, dopo una mattinata grigia che tutto faceva presagire tranne che il cielo si sarebbe aperto nel tardo pomeriggio a rendere il paesaggio più vivido e allegro, non si poteva negare al sole il piacere di accompagnarci in un’uscita lacustre.

«Dimenticherò la paura e allora mi esporrò troppo al pericolo del contagio…» continuavo a rimuginare, mentre salivo in auto e mi facevo allacciare le cinture per tener ferma la carrozzina durante il tragitto.

Il viaggio è stato breve. Volevamo assistere al tramonto dalla cala con le imbarcazioni in attesa del noleggio, sorseggiando un cocktail leggermente alcolico al profumo di lime e menta.

Avvicinandomi all’acqua, il timore è scemato fino a lasciare un senso di lontana inquietudine pronta ad essere imbarcata per lasciare la terraferma. Complice l’alcol, i pensieri hanno cominciato ad affastellarsi tra uno sguardo all’orizzonte e uno al fidanzato che reclamava attenzioni quanto i cubetti di focaccia salata serviti per l’aperitivo.

Pensavo, guardando Massimo ridurre in piccoli bocconi un cubetto di focaccia per poi porgermeli tra le dita della mano destra in modo che io potessi portarli alla bocca e masticarli con più facilità, che la vita mi ha sempre offerto un’alternativa, non abbandonandomi mai dentro un vicolo cieco. Anni addietro avrei preso con entrambe le mani quegli stuzzichini e li avrei spezzati con morsi decisi prima di masticarli senza alcuna fatica.

In qualche modo, tuttavia, la perdita della forza al braccio sinistro è stata compensata: strategia, istinto e apertura mentale hanno collaborato per non lasciarmi, letteralmente, a bocca asciutta. Ed è stato così per ogni perdita subita. Proprio come per i pesci che la vita subacquea ha reso capaci di estrarre l’ossigeno — naturalmente presente nell’acqua in concentrazione minore rispetto all’aria — con un semplice meccanismo compensativo: l’acqua nelle branchie scorre in senso opposto al sangue e in questo modo si mantiene la differenza del gradiente di concentrazione del gas tra l’ambiente e il pesce, utile alla sopravvivenza di quest’ultimo.

È riaffiorato il pensiero delle scelte che la vita ci offre, la certezza che spetta solo a noi quale strada percorrere. Come di fronte a un bivio: da un lato si va incontro alla rassegnazione e a un lento spegnersi, dall’altro si procede verso ulteriori diramazioni, proprio come un pesce migratore che per raggiungere il mare sceglie, uno dopo l’altro, i rami della foce fluviale.

«Amore, sei sazia o vuoi che ordini ancora focaccia? L’hai divorata come se non mangiassi da una settimana!» interviene Massi a riportarmi con i piedi per terra.

«Vuoi che chieda te ne portino quattro teglie?» incalza.

Io non so se ad attendermi vi sia il mare. Tutto ciò che so è che finora ho trovato innumerevoli ramificazioni nel mio percorso.

I moti ondosi – 17 luglio

La vista di un prato sconfinato ha da sempre mosso emozioni profondissime. Emozioni incagliate tra lo stomaco e la gola in attesa di un evento che le liberi. Gioia, euforia, gratitudine sono ordigni pronti a esplodere. Capita, allora, che farli brillare sia al contempo liberatorio e fastidioso. Succede che la troppa gioia, mista alle sorelle cariche di esplosivo, nel risalire dalle viscere alla gola mi provochino la nausea. Quasi fossero materiali, concreti e io ne sentissi la grandezza gonfiarmi il petto e poi raschiarmi l’ugola nel tentativo di uscire.

Ma forse è la sola spiegazione fantasiosa che riesco ad attribuire all’attenuazione dei freni inibitori che l’èrompere di queste emozioni provoca. Il non sentirmi più malata, né avvertire più l’urgenza di prendere precauzioni.

La vista di un prato sconfinato è un richiamo a lasciarmi andare, a correre sull’erba caracollando sulle ruote che tra una buca e un avvallamento riflettono sul mio collo il rollio di un natante in balia dei marosi. Se la razionalità prendesse il sopravvento, mi fermerei in mezzo al prato e con una rapida imbardata svolterei in direzione della strada asfaltata. Ma la ragione è un mare dalla superficie piatta che non può competere con la potenza delle correnti marine profonde. Il mio collo viene scosso, sbattuto avanti, indietro, strattonato a destra e a manca finché non arriva la nausea a risvegliare il desiderio di terraferma. Allora, trattenendo gli spasmi dello stomaco, mi guardo intorno con una sorta di vergogna colposa e, lentamente, torno sulla strada asfaltata. Felice.

Milizie – 14 luglio

Entrare in un campo di girasoli, arrampicandosi sul terreno dissestato, tra l’erba alta e i lunghi fusti irsuti che invitano a sollevare lo sguardo in cerca del capolino rivolto al cielo, è una delle esperienze più suggestive che ho vissuto.

Significa letteralmente essere avvolti dal mistero — che cosa c’è pochi passi più avanti, dove la vista non riesce a oltrepassare il fitto fogliame tra cui vivono in pacifica simbiosi ragni e insetti di varie fogge e molteplici colori? Là in mezzo, c’è una quiete terrifica e al contempo meravigliosa. È un tripudio di giallo, arancione e marrone, con diverse sfumature, e zone d’ombra nascoste dal tetto assolato e abbacinante.

Troppi pensieri mi assillano in questi giorni, dalla recrudescenza della pandemia agli anniversari sanguinosi che affondano le radici nell’anno in cui sono nata e più estesamente in quel decennio noto come “anni di piombo”. Ho bisogno di sentire gli occhi bruciare per il sole che giunge diretto a infiammarli; ho bisogno di sentirmi piccola e protetta da quelle milizie immobili e soverchianti.

Poco distante da dove mi trovo, un cartellone scritto a mano chiede ai visitatori la gentilezza di offrire un euro per ogni girasole che si voglia portare a casa. Caracollando sul suolo accidentato riesco a ritrovare il sentiero. E sollevando lo sguardo sopra un gruppo di giovani girasoli, decisamente più bassi rispetto agli altri, rivedo l’orizzonte.

Lentamente lascio il campo alle mie spalle e passando accanto alla cascina dirimpetto chiedo alla mia assistente di far scivolare due euro dentro la cassetta delle lettere per i due girasoli che, incautamente, ho calpestato durante le maldestre manovre con la carrozzina.

Naturalezza – 26 giugno

Riflessi al tramonto

Natura e naturalezza. Uno scatto in mezzo al prato, poco distante da una siepe di gelsomino e da un muricciolo su cui si avvolgono con fare serpentino lunghi rami di rose scarlatte. Una fotografia in una giornata piena di luce. Con naturalezza. La stessa con cui ho chiesto a Jasmine di riaprire il foro alle orecchie, da anni cicatrizzato. Un pizzico, niente di più. E poi l’orecchino ha iniziato a dondolore dal lobo arrossato e soffice. La stessa naturalezza con cui le ho chiesto di togliermi l’appoggiatesta per potermi vedere, almeno una volta, senza quelle appendici nere che mi sorreggono il capo. «Non temere, con la mano destra aiuto il collo a reggere la testa!» la rassicuro. I muscoli sono deboli e a ogni movimento senza il sostegno del fedele ausilio avverto una leggera vertigine. Tuttavia, voglio una foto così. Libera, imprevedibile, naturale.