Marasche – 17 giugno 2021

Da ottobre dello scorso anno un lento ma continuo cambiamento ha trasformato completamente la persona che ero. L’ha maturata come il sole di giugno matura una marasca. Da tempo ero pronta a misconoscere il ramo, congedarmene, ma indugiavo fingendo di essere ancora acerba e allappante. Poiché la mano che raccoglie il frutto non sempre è riconoscente.
Tuttavia, biologicamente il mio destino era segnato: dovevo abbandonarmi alla raccolta.
E così mi sono lasciata andare, senza timore. Allora ho compreso che la mia nudità emotiva appagava la mia identità di frutto: potevo starmene nuda di fronte a occhi sconosciuti. Dall’interno della mia polpa scura, amarognola e compatta — il cui destino non la porterà mai ad allietare palati incastonata in un reticolo di pasta frolla, sopra uno strato di confettura, bensì ad essere separata dal nocciolo che verrà pestato e macerato dentro un vaso di vetro con alcol a 90° — oggi mi sento emotivamente leggera, impudìca.

Per anni ho temuto le “prime volte”, il primo giorno di formazione delle candidate al ruolo di assistente. Quel primo mostrarmi che era ben più di un semplice svestirmi. Oggi l’ho fatto senza paura, consapevolmente agile e spensierata. E finalmente mi sono accorta che questa non è stata una “prima volta”.

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