Il sapore dell’anice – 5 settembre

Ieri a svegliarmi è stato un incontenibile entusiasmo, un pulsare sordo e incalzante sotto il costato. Mai aprire gli occhi sul soffitto bianco della camera è stato tanto immediato. Ho guardato la finestra. Entrava una luce intensa attraverso le persiane: non avrebbe piovuto. Da quando il clima ha finito per condizionarmi l’umore, confido spesso in una tacita complicità meteorologica. Eppure amo la pioggia. Il ticchettio delle gocce sui vetri dell’auto, lo scroscio dentro la grondaia, lungo la catena di ferro arrugginito che scende tintinnante nel pozzo, e poi l’odore dell’erba fradicia, le pozzanghere in cui saltarci dentro, gli acquitrini su cui beccheggiano foglie e petali strappati al vento. Quell’odore di acqua e d’infanzia, reminiscenza di antri acquosi e muschiati, di abisso e di alghe, è un forte richiamo alla primordiale umidità uterina, quel lento sciabordare di liquidi contro tessuti, dove si accresce il frutto di ancestrali semi: lo schiudersi della notte arcaica. In un balzo temporale millenario, tra viluppi di viscere e filamenti mucillaginosi, restare in silenzio con la fronte contro il vetro a osservare la pioggia è come spingere lo sguardo dentro la genesi della materia dalla materia senza comprenderne appieno le dinamiche sottese.  

Più che scrutarla, tuttavia, la pioggia adoro respirarla. Odorarne il timbro terroso e pungente che segue al temporale, l’afrore di stanze rimaste chiuse per anni. Ricorda i viluppi dell’amore carnale. Il sentore di palustre, di primitivo, di batterico. Legame con la propria nascita, il cordone con cui la Madre tieni avvinto a sé ogni figlio. Eternamente. 

Eppure ieri la pioggia non l’avrei gradita. Speravo in una giornata assolata, da trascorrere fuori: l’atmosfera ideale per una merenda seduti sotto il patio in giardino. Non ci sarebbe stato alcun imprevisto a sconvolgere i miei piani. Ne ero certa. L’aria fresca del mattino, rapidamente entrata dalle finestre spalancate, si è diffusa nella stanza. Le lenzuola rinfrescate facevano raggricciare le dita tra le lenzuola. Allora, indolente ho afferrato il cuscino poiché la sensazione di soffice sotto i palmi mi è sempre parsa il metodo migliore per iniziare la giornata.

Lui dorme fino a tardi, sicché a me resta il tempo di passeggiare nel quartiere con la gatta che mi segue curiosa, e intrattenermi in lunghe telefonate che possono concludersi in modi imprevedibili. Quando si sveglia di solito è ora di pranzo. Perciò non ci è voluto tanto affinché la giornata declinasse verso il tardo pomeriggio. L’ora più attesa. 

«Mi hai promesso una partita a scacchi!» Lui non si è fatto pregare. Accanto alla scacchiera, un vassoio di paste e tre tazze di tè nero. La varietà di dolciumi invitava gli olfatti più sensibili a riconoscere l’aroma della pasta di mandorle, dei pistacchi, del cacao e delle innumerevoli creme, vaniglia o gianduia, catalana o chantilly . 

«Io e Clara ti sfidiamo: due contro uno!» So di essere una schiappa a scacchi, perciò ho giocato la subdola carta dell’alleanza femminile per non finire sotto scacco matto alla prima mossa.

«Vuol dire che vincerò più lentamente…» ha replicato lui con un sorriso sornione. Una tale esternazione aveva il sapore dell’anice. Il pensiero è volato, in quell’istante, al mese appena trascorso e all’intimità dei rapporti umani: ero certa che se avessi potuto avvicinarmi all’agosto ormai andato fino ad avere il suo respiro sulle labbra avrei sentito l’odore intenso, dissacrante dell’anice stellato. Ho avvertito il tipico retrogusto dolciastro che evocava visioni di scrigni chiusi da tempo immemore e di parole che anche se taciute non perdono l’aroma fragrante e vivido con cui le ricordiamo, giorno dopo giorno.

Il nòcciolo del sole – 3 settembre

L’arrivo dell’autunno a queste latitudini giunge in anticipo. L’aria si fa frizzante, sferza la pelle nuda, fa desiderare il sole.

Eppure è appena iniziato settembre, le scuole sono ancora chiuse — in quest’anno di incertezze politiche e di misure sanitarie estreme pare quasi una leggerezza che lo restino solo fino a metà mese. Le finestre durante il giorno rimangono ancora spalancate. Tuttavia, un sentore di cambiamento striscia in mezzo all’erba alta con furtività di rettile. È un continuo frusciare di squame contro gli steli; sul terriccio umido s’intravedono impronte di serpe e un linguaggio primitivo sfiora l’orecchio, sibila il proprio Sapere con piglio di saggio ma acredine di vipera: «La bella stagione sta morendo…».

Subito il pensiero cade, pesante come piombo, sul significato che questo ha per me. Vivere con una grave insufficienza respiratoria porta inevitabilmente ad attribuire al finire dell’estate un significato più esteso, sebbene non necessariamente più pregnante di quello attribuito da altri.

È giunto il momento, infatti, di congedarsi dagli abiti leggeri, indossandoli un’ultima volta per salutarli come in un rito in cui chiudere simbolicamente un cerchio.

È tempo di riscoprire il piacere di una tazza di tè fumante tra le mani e di quei piccoli sorsi che arroventano il palato e conducono il nòcciolo solare fin dentro le viscere. Così il fuoco può tornare a esercitare il proprio dominio sulla stagione che va raffreddandosi. Nella tazza con l’infuso ambrato è contenuta tutta la potenza primigenia della nostra galassia.

Arriveranno mesi bui, giornate corte come i titoli di coda delle reti televisive pubbliche. Arriveranno le notti compresse dentro stanze troppo strette, i volti di galaverna appiccicati al vetro per potersi sciogliere al sole. E forse arriveranno le febbri e i respiri affannosi.

Arriveranno, è più che probabile. Ma ora sto reggendo il nucleo del sole tra le mani e sento di poter far fiorire i ciliegi a settembre e far ricominciare l’estate un attimo dopo.

Ora mi tengo stretto quel presente che troppe volte ho sottovalutato e guardo al futuro con gli occhi di chi sta bevendo il sole, sorso dopo sorso.

Le mani – 27 agosto

Quand’è che ho imparato a mettere il mio corpo nelle mani di un altro non lo ricordo. Ciò che è rimasto impresso nella memoria è l’addestramento per riuscire a farlo. Anni di prove e di sconfitte. Dall’adolescenza all’età adulta è stato tutto un susseguirsi di tentativi con il solo fine di diventare brava ad accettare prima e a gestire poi il corpo altrui. Perché non è un’impresa semplice e neppure un atto di pura passività, come si potrebbe pensare superficialmente. Per essere capace di metterti nelle mani di un altro devi cominciare a sentire il suo corpo. Devi entrare in quel corpo, amarlo come fosse il tuo. Chi sostiene che questo debba essere un semplice atto meccanico e che si possa compiere senza implicazioni affettive, con molta probabilità non ha mai dovuto imparare a usare il corpo altrui come fosse il proprio. Affinché si possa dare al proprio la libertà che merita, è indispensabile dare all’altro pazienza, attenzioni, cure. Perché non è facile, per l’altro, imparare a muoverti nel modo in cui tu vorresti essere mossa. Non è facile perché l’equilibrio esige una perfezione millimetrica, un incastro preciso tra l’intento e l’azione. 

Ogni mano che ti tocca trasmette una sensazione mai sperimentata prima. Nessuna mano è mai riuscita a imitarne un’altra. Le ricordo tutte. Le mani che mi hanno aiutata o che hanno preteso di farlo, quelle ho rimpianto e quelle sulle quali ho dormito, le mani che mi hanno vergata e quelle che hanno consolato il dolore, quelle rattrappite, di vecchio, che odoravano di tabacco rancido e di cane, e quelle docili di bambina; le mani che mi hanno sollevata e quelle che hanno inflitto alla mia carne la geometria di una stigmate, le mani che ho amato e quelle che, per quanto piegate alla soddisfazione del mio piacere, non ho mai voluto. 

Le ricordo tutte e ricordo di aver finto che fossero mie, che fossero più vicine di quello che erano, anche se erano già conficcate nella carne o affondate nei miei umori; ho finto che fossero per sempre e che, affrancate dal giogo del tempo, non avrei mai dovuto dimenticarle, né sostituirle. Ho finto di poterle sentire ancora, quando ne avessi avuto voglia. È stato così anche per le mie mani, quando ne ho visto la forza venire meno fino a dissolversi come la pittura dentro il solvente. Ho finto che le avrei ritrovate, che nulla era perso per sempre.

Eppure, quando nostalgica mi volto indietro e ritrovo la giovinezza del mio corpo, l’immaturità dei suoi gesti, l’ansietà dei suoi arti non ancora contaminati dal pensiero che crescita si accompagni a perdita, mi rendo conto che ciò che ho maldestramente fatto in questi anni, in questi veloci e voraci anni, non è stato fingere, bensì prendere coscienza che nulla era perso. In molteplici e fantasiosi modi ho semplicemente compensato le perdite, incubando il seme di un ramo sfiorito e ridandogli vita sotto differenti spoglie.

Lui mi volta su un fianco e mi stringe in un abbraccio come a fermare il tempo: «Conti ancora gli anni al rovescio?»

«No, conto gli anni che non contano…»

Metamorfosi – 25 agosto

Non sono nata nel capoluogo, ci sono andata ad abitare soltanto per essere più comoda ai servizi e per poter usufruire, con più facilità, dei mezzi di trasporto pubblico. Sono nata in un piccolo borgo dell’entroterra canavesano fondato sulla pianura alluvionale dell’Orco. Ho vissuto lì le stagioni della mia infanzia, in quel paese di anime ammonticchiate su uno slargo di terra battuta punteggiato di noccioli e di ciliegi. Un fazzoletto di mondo consacrato al culto cristiano ma profumato di paganesimo, quel paganesimo in odore di eresia che la dottrina cristiana delle origini aveva a malapena ispirato nell’impossibilità di sradicarlo. Il ventre del paese era un susseguirsi di resti medioevali e di umili costruzioni perlopiù ad uso agricolo il cui orizzonte era un conficcarsi tagliente di piani nel verticale della vicina catena montuosa: perpendicolarità che subornava la gelida e ieratica serietà geometrica con velati e allusivi incastri carnali. Negli stretti vicoli si respirava l’odore acre dei cortili, laddove qualche gallina chiocciava nel fienile mentre qualche altra ruzzolava tra i pagliericci e la legnaia, e dai portoni chiusi, insieme all’afrore dell’aia e delle stalle, effondeva un senso di penombra e di colori scuri, blu e grigi, forse anche di viola mischiato al nero. C’era, dalla piazza alle viuzze e finanche ai sentieri tra i campi, un vociare di vecchi e di bambini, un trambusto di mercanti e artigiani che collimava con il frastuono dei macchinari agricoli e lo scampanellio delle biciclette e degli usci dei negozi.

Ovunque si udiva un suono, un verso, una voce, fino all’ora del tramonto quando il sole si spegneva dietro la dorsale alpina e il cielo infuocato metteva a tacere l’animazione chiassosa del paese in un grugare di piccioni che risaliva fino alla cella campanaria del Torrione. Lì i colombi avrebbero atteso l’alba e i rintocchi che annunciavano la prima messa della giornata. Poiché il paese non si era mai affrancato dal terrore del flagello divino che scongiurava con la devozione, non aveva mai abbandonato quel sentimento di paura irrazionale e cieca. Aveva tentato, invece, di arruffianarselo con offerte spirituali e materiali. Di più, naturalmente, con queste ultime. Sicché in paese vi erano cinque chiese, tre cappelle e un numero imprecisato di piloni votivi. Sulla piazza principale troneggiava una chiesa, simbolo del passato storico del paese. In quella chiesa ero stata battezzata, purificata con le fumigazioni dell’incenso, intrattenuta dal baluginio delle candele votive; in quella chiesa avevo recitato le mie preghiere, avevo provato ad usarle per ottenere qualcosa, ma quelle suppliche in odore di prostituzione risuonavano come l’appello dei committenti alla penetranza dell’arte: un chiedere la cui riuscita dipendeva dal talento dell’artista più che dalla persuasione dei mecenati.

Dentro quei luoghi di culto oscuri e odorosi di resine talvolta ci torno con la mente e mi vedo ferma, ad occhi chiusi, in mezzo al nartece, silenziosa e vigile, prima di avanzare — passo dopo passo — lungo la navata fino all’abside. Sento voci che bisbigliano in un idioma a me sconosciuto, e suoni che somigliano al crepitio delle mie ruote sugli sterpi. A quel punto apro gli occhi e intorno a me vedo il bosco. E allora mi rendo conto che non ho mai smesso di cercare, che sto ancora vagando, seppur in luoghi di culto differenti — una chiesa, un letto, un bosco — alla ricerca di qualcosa che mi faccia sentire compiuta. E, finalmente, libera.

Gypsies – 23 agosto

L’odore della pioggia è un’alchimia sinestetica, il timbro salino ricorda quello degli incontri clandestini, delle stanze rimaste chiuse per troppo tempo, delle lenzuola dimenticate sopra il letto dopo aver raccolto nella trama dell’ordito pianti e umori somiglianti al sapore delle foglie macerate dentro un acquitrino. Quando Torino è sorpresa dalla pioggia non cerca riparo, né si scrolla di dosso il sentore di umidità ventrale che lo stillicidio porta con sé. Torino resta immobile, con una sensualità barocca, ad attendere quella promessa di ritorno primordiale.

Da tre giorni la città era immersa in una liquidità materna che uniformava le percezioni e faceva di una condizione climatica il divieto metafisico ai passaggi di stato. Anche l’effluvio acre degli incensi venduti dagli ambulanti era come annacquato; i portici di piazza Carlo Felice, la piazza su cui s’affacciava la stazione ferroviaria di Porta Nuova, erano un crocevia di viandanti tra le bancarelle di libri usati e chincaglierie dal gusto etnico. Casa nostra, forse, aveva risentito dell’eccesso di umidità di quei giorni. La scala in legno che collegava il piano terreno al soppalco si era rotta: le travi laterali si erano scollate con un crollare di assi sul pavimento. Con i piedi saldi sull’impiantito, Wasim si era voltato con aria indifferente a guardare il relitto sventrato della scala.

«Dev’essere riparata…» gli avevo suggerito.

 «Lo farò…»  era stata la sua risposta. In verità, non lo avrebbe fatto mai e la scala sarebbe rimasta in quell’umiliante condizione di ordigno esploso per più di un mese, finché io non avessi telefonato al proprietario di casa chiedendogli di mandare un falegname a sistemarla. 

Nella casa faceva freddo. Il reticolo fluido della pioggia sui vetri rievocava immagini di segrete, di malsani ricoveri per prigionieri chiusi in un silenzio di tomba, di occhi che cercavano invano la luce dentro una cella buia. 

Wasim aveva gettato la biancheria sul mio letto con un rumore molle di stoffe che si accasciano su stoffe, flaccide carni stanche provate dal martirio della reclusione in un baule di legno tarlato. In un angolo poco illuminato del soffitto, un ragno braccava la notte, la tenebra salvifica, per abbandonare il rifugio e spingersi in cerca di una preda.

«Che cosa dici sempre tu?” aveva domandato Wasim, mentre si toglieva le scarpe e le buttava sotto il termosifone «chi siamo noi?»

«Siamo zingari! Non resteremo mai troppo a lungo in un posto!»  gli avevo risposto prendendo una sigaretta dalla busta di carta verde sopra il davanzale della finestra. 

Avevo ripreso a fumare, non lo facevo da anni. Da quando una brutta broncopolmonite mi aveva strappato dal corpo la giovinezza e il vivere spensierato dei miei diciannove anni. Quando convivi con una malattia degenerativa come la mia devi imparare ad accettare con estrema rapidità e senza fare troppe storie le perdite e i mutamenti. Questo, però, lo impari con il tempo e a tue spese. Da adolescente non immagini quello che ti toccherà in sorte. Non ti aspetti di dover imparare a riprogettare la tua vita decine di volte, ridisegnarla ombra su ombra come a correggere, in modo maldestro, errori di prospettiva. Vivi, semplicemente, il privilegio di un’immaturità che dà alla vita il peso di una piuma. E quando, improvvisamente, sulla piuma grava un carico di piombo precipiti. Un crollo verticale dall’alto di un ideale di bellezza e di immutabilità irraggiungibile. 

A piedi nudi, con indosso un paio di jeans lisi e una t-shirt scolorita e in testa il borsalino color piombo leggermente obliquo, Wasim mi aveva invitata ad andare a letto. Dopo aver infilato la mano sinistra sotto le mie cosce e quella destra dietro il mio collo, mi aveva sollevata e prima di coricarmi aveva ripetuto a gran voce: «We are gypsies!»

Sì, io con l’iride inselvatichita e il destino incerto, e lui con le radici recise in Pakistan, a 7000 chilometri di distanza, e in un angolo della camera lo zaino sempre pronto, eravamo inequivocabilmente zingari.

Lo spirito nomade – 19 agosto

Nella vita ho sempre voluto andare via, allontanarmi, e questo spirito nomade mi ha condotta fuori da tanti usci e da molte case, ma ogni volta che mi sono voltata per essere sicura di aver fatto parte di qualcosa — un focolare attorno al quale raccogliersi, una famiglia con cui condividere legami di sangue forti e resistenti come corazze —ogni volta che mi accertavo di essermi lasciata alle spalle un nucleo coeso di elementi, un cuore da cui distaccarsi soltanto opponendo una forza inversamente proporzionale a quella d’attrazione, ho trovato l’ombra ad attendere il mio sguardo. Sempre, ogniqualvolta ho abitato un luogo, un interno che ricacciava al di là dei suoi confini un esterno fatto di muri, di terra, di foglie, di ali, di occhi. Sempre. Non soltanto nella casa torinese.

Lì, però, l’ombra si era fatta maestosa, aveva abbandonato le circonvoluzioni della mente per divenire lunghezza d’onda. Eppure il mio vissuto è sempre stato costellato di ombre, molte sono quelle che ho visto, scorto, creato, disperso… Di alcune ho addirittura goduto, ombre liminari al piacere, distese al suo cospetto in attesa di essere prese. L’ombra che lambiva la casa, tuttavia, aveva in sé l’austerità di una retta, il senso claustrofobico di ciò che è infinito. Il desiderio di andare via era, quindi, tornato a spazzare quel miraggio di stabilità che certe notti dormite per intero, senza risvegli prima dell’alba, avevano mostrato all’orizzonte.

Era riecheggiato, allora, nel silenzio promiscuo di quelle stanze il sentenziare sornione di Wasim: «Noi siamo zingari!» e improvvisamente l’oscuro richiamo di sentina era stato messo a tacere dall’aria fresca degli spazi aperti, dai viaggi forieri di promesse, dall’alchimia del mettere a nuovo lo sfasciume di un’esistenza. 

La prima volta – 17 agosto

Il treno per Firenze era in partenza, una voce imperiosa di donna lo aveva annunciato agli altoparlanti. Soltanto una lunga corsa sulla piattaforma, tentando di schivare i viaggiatori fermi sulla banchina e i bagagli gettati per terra a catafascio mi aveva permesso di raggiungere in tempo la carrozza di testa, quella destinata ad accogliere le sedie a rotelle. Il sole tiepido di quel mattino sul finire dell’estate rampinava le pupille fino a far strizzare gli occhi. C’era odore di cuoio, di carta appena uscita dalla biglietteria, di caffè e di paste dolci. Ricordo le voci, una mescolanza di accenti e di timbri che accompagnava il calpestio disarmonico sull’assito della vecchia stazione. Quel giorno Wasim mi aspettava lì di fronte, sotto la pensilina del binario 6 di Porta Nuova, reggendo sulle spalle, dentro un piccolo zaino, tutto il suo bagaglio. 

Il personale del treno mi aveva aiutata a salire sulla carrozza della prima classe che a quell’ora del mattino, era solitamente silenziosa e vuota. Era stato un buon viaggio, uno di quelli che al ritorno sei contenta di aver affrontato.

Fin dall’arrivo a Santa Maria Novella, quel viaggio aveva risvegliato un bel po’ di nostalgie. Dapprima disorientata dalla zaffata di caldo che si era stretta attorno alle nostre gole appena scesi dal treno, poco alla volta avevo cominciato a ricordare e, lasciando che Wasim mi rincorresse trascinando la mia valigia, a passo svelto mi ero diretta in strada, tra i bottegai dall’aria sorniona sempre pronti a trescare scambi vantaggiosi di merce e di denaro. Non avvertivo la stanchezza, solo un sordido malessere che pungolava il cuore, tant’è che attraversando il Borgo dei Greci per arrivare in Santa Croce qualche lacrima era scivolata giù dagli occhi, proprio all’ora del tramonto, quando il sole di settembre affogava nell’Arno, ancora rovente, con uno sfrigolio a pelo d’acqua. Non c’era un filo di vento, quel giorno, e nei vicoli le inferriate dissotterravano l’odore degli scantinati, una mescolanza di note aspre e fruttate dei vini, ammorbata dall’afrore malsano delle muffe. Nell’aria, di fronte alle botteghe conciarie, stagnava un odore di pellame così intenso da irritare le narici. 

«Wasim, seguimi!» lo avevo esortato e oltrepassando le osterie e i bugigattoli dalla fioca luce che pareva di lanterne, lo avevo condotto in San Lorenzo dove un gruppo di merciaioli stava smantellando il mercato. Al nostro arrivo, un volo di piccioni aveva smosso l’aria spezzando quel sentore di immutabilità che si respirava nella città vecchia, cosicché anche le memorie si erano fatte più vivide, come rinfrescate. In quel momento, mentre una ruota della mia sedia si era incagliata nel porfido facendomi vacillare fino a perdere l’equilibrio, lo sguardo era piombato su un cesto di giunco colmo di vagoni di legno in miniatura, sormontati, ciascuno, da una lettera dell’alfabeto. Era subito apparsa nitida nella mente la visione della lunga locomotiva che il mio primo fidanzato mi aveva regalato, un convoglio mercantile destinato esclusivamente al trasporto dei nostri nomi congiunti da un’inossidabile copula in odore di eternità: Tania e Tommaso. Anche quando il miraggio di infinito era svanito nell’epilogo della nostra relazione e il trenino era stato stivato in una scatola di cartone insieme a vecchi giornali di cui si era persa traccia, quella congiunzione letteraria aveva continuato a tenere uniti i nomi, a inchiavardarli per sempre a quegli anni ormai lontani. La memoria attingeva a ogni rimando sensoriale, vigile, instancabile, selvatica.

Il viaggio a Firenze, tuttavia, era stato indimenticabile più per un altro motivo. Per la prima volta, infatti, avevo messo il mio corpo, completamente e senza maschere, nelle mani di uno sconosciuto. Poiché Wasim a quel tempo non era altro che uno dei tanti candidati al lavoro che offrivo, uno – oltretutto – che nella vita non aveva mai sentito parlare di Atrofia Muscolare Spinale, né aveva ben chiaro che cosa significasse vivere con una disabilità motoria. La prima notte a Firenze, arrabattandoci dentro la stanzetta di una locanda ubicata proprio dietro la Galleria dell’Accademia, ci eravamo studiati, pezzo per pezzo. Distesi sul letto, di fronte ad una grande finestra da cui entrava una luce polverosa di cielo notturno, avevamo parlato, tenendoci la mano, finché le prime luci del mattino si erano allungate sul letto e il frinire dei grilli si era risolto in un silenzio opalescente d’alba. Parlando, Wasim aveva imparato a mettermi il cuscino tra le ginocchia dopo avermi voltata su un fianco, a sollevarmi i capelli alzandomi la testa con una mano e ad aprirli a ventaglio sul cuscino (ché non ho mai sopportato il sentirli appiccicati alle guance e agli occhi), e a distendermi l’orecchio quando, voltando la testa su un lato, si piegava. 

«Tutto bene?» domandava dopo ogni nuova istruzione. 

Aveva imparato ad attendere, dietro la porta chiusa, che la pipì giungesse senza fretta, con la lentezza ostinata di qualcosa che non vuole venire allo scoperto, e aveva imparato a guardarla mentre si disperdeva nel vortice dello scarico fognario. Del resto, nei mesi a seguire, l’avrebbe vista più volte di quelle in cui avrebbe visto uno qualsiasi dei miei vestiti. Aveva imparato a reggere davanti alla mia bocca la bacinella in cui sciacquavo la schiuma del dentifricio dopo essermi lavata i denti, e con lo stesso spirito di intraprendenza aveva imparato – sebbene con risultati meno soddisfacenti – a pettinarmi i capelli e a dipingermi gli occhi con il kajal. In meno di quindici giorni avrei desiderato non tornare più nella mia vecchia casa. Avrei iniziato a cercarne una in città, in quella Torino dove Nietzsche “conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto”. Il viaggio a Firenze aveva aperto la strada al cambiamento.

Fotogrammi – 8 agosto

Sono queste le ore che prediligo: quando il crepuscolo silenzia il paese e il prato deserto riverbera le luci calde del giorno che si spegne.

Le mie ore preferite, anche oggi che non sto bene. Vivere con una malattia neuromuscolare scandisce il mio tempo ed è inutile negarlo. Ci sono giorni di sole da passare all’aperto e giorni di sole da trascorrere chiusa in casa. E poi ci sono giorni in cui bere un cocktail in un locale retrò della mia amata Torino, e giorni in cui dissetarsi da una flebo di soluzione fisiologica. Una semplice influenza può avere lo stesso effetto di uno Tsunami.

Quando non riesco a concentrarmi sulla scrittura mi rivolgo alla musica, ma questa tocca sempre corde troppo profonde e a meno che non abbia il ritmo vivace e malandrino dello swing o la sensualità carnosa e libertina del reggae, mi fa tristezza e devo spegnerla. Perciò passo molto tempo a calcare il perimetro della casa: salone, cucina, camera da letto, corridoio. Vago come se fluttuassi fuori dal corpo. Percorro lo stesso cammino finché le forze mi vengono meno. Muovermi mi aiuta a pensare alle cose belle. E a sentirmi viva. Conosco ogni piastrella, ogni crepa sul muro, le ragnatele dietro i bastoni delle tende, i nascondigli della gatta. E quando mi stanco di vagare o semplicemente quando giunge l’ora della flebo, accendo la tv e cerco un film. Sono cinefila fin dagli anni in cui rimasi affascinata dall’idea che dentro lo schermo potesse esistere un mondo parallelo, una realtà misteriosa e ipotetica come il multiverso.

Guardo e intanto immagino la mia guarigione: un salto in una dimensione in divenire, dove i miei capelli sono puliti, indosso un paio di jeans attillati e una maglietta con uno scollo profondo. Quello scorcio in cui osservo la vita di qualcun altro è un calcolo matematico che approda a un risultato tanto atteso.

Una possibilità. La stessa che ha il mio corpo di incarnare un’identità diversa in un mondo sconosciuto.

Smoothie al mango – 6 agosto

Questa relazione ha il sapore di uno smoothie al mango e di un gelato alla cannella. Ha il sapore di una gelatina alla fragola ma anche di lacrime. Perché dietro la superficie magenta che ravviva le mie giornate c’è un sottobosco di emozioni latenti, scintille capaci di infiammare gli occhi e il cuore in una frazione di secondo.

Non è facile dividere la propria vita con qualcuno. Non è facile sincronizzare i propri ritmi con quelli altrui. Il bagno è sempre occupato quando ti serve lo struccante, lui si accorge di avere un imperante bisogno fisiologico quando la cena è in tavola, e io inizio a mangiare da sola sennò le pietanze si raffreddano (in verità, inizierei ugualmente anche se nel piatto vi fosse lava incandescente, perché sono una che appena vede il cibo deve assaggiarlo, boccone dopo boccone…finché il piatto è vuoto, s’intende!).

Non è facile. Bisogna imparare a rispettare le usanze altrui. A fingere di ascoltare i monologhi pestilenziali con cui lui accompagna ogni pasto; a rivolgergli brevi ma efficaci cenni di approvazione con la testa affinché si senta capito anche se, mentre lui parla, nella mia testa una scimmietta con in testa un cilindro sta suonando dei cimbali. Bisogna scendere a compromessi. Una sera scelgo io il film da vedere insieme e un’altra lo sceglie lui, o almeno ci prova, finché io insceno un malessere improvviso e lui per coccolarmi mi porge il telecomando e pronuncia le parole magiche: «Guarda qualcosa che ti piace, almeno ti rilassi un po’, amore…»

E sì, sono una stronza, però lo è anche lui, solo che io sono una stronza a cui piace tener testa agli stronzi e lui è uno stronzo a cui piace dire di esserlo, ma poi in fondo… Ok, sono una vipera, una Medusa con dei serpenti al posto dei capelli. Eppure lui mi ama. E io amo il suo farmi ridere fino alle lacrime, il viziarmi, il dormirmi appiccicato come un koala su un ramo di Eucalipto. Con lui le ore volano leggere, gli anni non contano più, insieme siamo due adulti consapevoli di poter diventare bambini ogniqualvolta ne sentano il bisogno.

Non è facile. Eppure siamo innamorati.

Le dita affondate nelle carni – 5 agosto

Posato il respiratore sulla credenza indiana, sono uscita con in mente l’idea di andare al torrente. Avevo bisogno di acqua, della corrente che trascina sedimenti e macerie e ripulisce lo spirito. Un bisogno metafisico e tuttavia materiale, corporeo, sanguigno. Scendere in riva al fiume per odorarne le carni, eviscerarlo fino alla spina dorsale, risucchiarlo dentro le narici per portarlo al cuore.

È lì, lungo il suo cammino, sulla riva inselvatichita — un tempo curata e ripulita dagli sterpi — che è nata nonna. Quasi cento anni fa. Se fosse ancora in vita ricorderebbe la casa, le mura che odoravano di muffa, il cimitero in cui seppellivano i suoi fratelli morti durante il parto o poco dopo.

Oggi avevo bisogno di affondare le mie mani di necroforo dentro il cadavere riesumato dell’Orco. Eppure ci sono arrivata solo vicino: a separarci vi era un’alta parete di felci e gramigna e sorgo selvatico e stramonio. L’Orco era protetto dal suo esercito vegetale e da ammassi nauseabondi di rifiuti gettati qua e là come su una fogna a cielo aperto. Non è stato possibile raggiungerlo. Il dover capitolare, seppur temporaneamente, mi ha intristita e ha gettato benzina sul fuoco della discriminazione che — in molteplici casi, tacitamente e ben mascherata da negligenza sociale — ricade su chi vive una disabilità e pertanto non può espugnare la selva a suon di cosce graffiate dai rovi e braccia-falci che aprono varchi e affondano, colpo dopo colpo, dentro la boscaglia.

Tornerò, è certo, per altri sentieri e armata fino ai denti. Tornerò, per raggiungere le spoglie che, in fondo, mi appartengono.