L’art. 13 della Costituzione – 27 ottobre

L’estate è ormai lontana e ciò che sta succedendo nel nostro paese è un insulto indicibile alla civiltà e alla vita. Mi vergogno, profondamente e senza mezze misure, di appartenere al genere umano. A “questo” genere umano. Un popolo che rivendica la propria libertà solo quando gli chiudi i ristoranti alle 18.00 è un popolo becero, debosciato, ignorante. Un popolo che si riempie la bocca dei principi costituzionali solo quando gli imponi il coprifuoco alle 23.00 è un popolo negletto, sudicio, falso come un Van Gogh dipinto con i pennarelli.
Fino a ieri che ne sapevate dell’art. 13 della Costituzione? Credevate che significasse unicamente poter cenare al ristorante, far pisciare il cane a mezzanotte? No, non significa questo. La libertà di cui vi riempite la bocca, ora che vi hanno proibito l’aperitivo, la rimpatriata in pizzeria, lo spinning in palestra, sappiate che è una libertà ben più elevata e aulica: è la libertà di vivere.
Ho capito — ma a dire il vero, lo sapevo da diversi anni — che anteporreste una pizzata con gli amici alla vita del prossimo.
Lo so da quando l’insufficienza respiratoria dovuta alla mia malattia mi ha costretta più volte a rinunciare a delle uscite per tutelare la mia salute e in quelle occasioni il vedere gente che organizzava serate senza alcuna preoccupazione mi rattristava. Volevo essere libera anche io, indossare un abito appena acquistato e immergermi nella fiumana. E quando ho potuto l’ho fatto. Ho cenato in vari ristoranti, ho viaggiato in prima classe su molti treni, ho vissuto in un bugigattolo nel centro di Torino con un ragazzo che parlava solo urdu e un po’ di inglese spicciolo, ho fatto sesso con tante persone e ne ho amate molte di più, ho organizzato feste per decine di persone e cucinato per altrettante e ho indossato abiti bellissimi e respirato lo smog del capoluogo con in mano un Moscow Mule. Ma non l’ho mai fatto a sufficienza, fino a sentirmi sazia di vita, completa. Sì, lo ammetto, ho provato invidia e più di volta egoisticamente avrei scambiato la mia sorte con la vostra. Tuttavia, questo nefasto sentimento ora non mi sfiora più, perché il valore che attribuite alla libertà è così miserabile e putrido che mi fa schifo e vorrei solo defecarci sopra.

Il lazzaretto – 7 ottobre

Cerco di buttare giù una bozza della relazione da inviare ai Servizi Socio-Assistenziali per chiedere di rivalutare il mio progetto di Vita Indipendente e mentre mi arrovello su leggi, norme e temi etici dall’aspetto di statue rinascimentali, inavvicinabili e austere, mi imbatto nel Secondo Piano biennale di Azione per la Vita Indipendente. Lo annuso, ci spingo gli occhi dentro, parola dopo parola. Lo mastico assaporandone il retrogusto d’idillio e di favola d’altri tempi. È perfetto! Nulla che svii il lettore da quel concetto semplice eppure da tutti sottovalutato che è l’indipendenza. Leggo e mi vengono le lacrime agli occhi perché se questo piano venisse concretizzato io sarei libera. Libera. Vi suona familiare questo termine?

Libera, non come mi vuole la Costituzione italiana che all’Art. 13 sancisce l’inviolabilità della libertà umana ma che all’Art. 30 stabilisce anche il dovere dei genitori di mantenere i figli, dovere poi trasfigurato dalla decisione della Cassazione di disporre che in presenza di disabilità i genitori DEVONO farsi carico delle esigenze del figlio maggiorenne in quell’ottica di solidarietà che ispira gli obblighi familiari disposti dal nostro ordinamento. Via via che le parole s’affastellano pronte ad essere incendiate dentro un calderone, mi ritrovo a constatare che nessuna libertà mi attende. Dov’è finito il diritto all’autodeterminazione? Dove sono finiti quei principi costituzionali che sanciscono l’uguaglianza di tutti i cittadini? Sogno l’indipendenza ma vivo in un paese che misconosce il diritto alla libertà di scelta, che sputtana il principio di uguaglianza e il significato di “pari opportunità”, e nel quale tutti gli sforzi compiuti per rivendicare il diritto ad una vita indipendente vengono depennati.

Sogno la libertà ma devo accontentarmi di un’assistenza parziale e lacunosa; devo accettare di rinunciare a “vivere” per fare stancanti colloqui con aspiranti assistenti che all’ultimo mi diranno che non se la sentono; devo rinunciare alla serenità per rivendicare il mio diritto alla libertà.

Sogno la libertà ma con una stoccata da abile manovratore di scacciamosche il legislatore mi ha rispedita nel passato, fuori dalla portata delle rivoluzioni, in quell’epoca buia e controversa in cui a noi storpi (crippled, pardon) era concesso di sopravvivere purché nell’angolo più appartato e silenzioso della casa.

Perché al legislatore piace fare giochi sporchi, sentirsi sudicio, rimestare nel torbido con spirito da proctologo, grufolare fin dentro gli sfinteri. Al legislatore piace annunciare di aver raschiato il fondo del barile, di aver fatto il possibile per salvare capra e cavoli. Al legislatore piace succhiare, sentirsi la bocca piena, misurare la profondità della propria gola. Al legislatore piace ingoiare.

Norme e leggi scorrono sotto i miei occhi producendo lo stesso attrito di una striscia di carta abrasiva sulla pelle e mi riportano nel rinascimento, dove Gregorio Magno s’affretta a segregarmi in appositi lazzaretti sociali (che oggi si chiamerebbero Rsa) con la speranza che Peste (oggi Covid19) mi colga e ponga fine alle mie meritate sofferenze terrene.